Una risposta

Cara Chiara,
sento di doverti una risposta che poi è la scusa per fissare alcune riflessioni e molti ricordi.

Questa storia ha il colore dorato del sole sui tetti di Roma e delle foglie di girasole, come quello che le ho regalato l’ultima volta che l’ho vista, scalza. Questa storia ha il sapore che deve avere la vita.

Tu ricordi la felicità e l’orgoglio di mamma nell’aver terminato il lavoro su un abito che si era confezionato con le sue mani. Quell’abito lo abbiamo scelto per farle caldo, ancora adesso. Mi hai scritto qualcosa che da allora ha messo a fuoco una mia sensazione indefinita. L’intollerabilità di sapere che ha sofferto. Intollerabile, mi hai scritto. Credo che raramente una parola sia stata tanto focalizzata sulla mia realtà. Non riesco a tollerare questo pensiero e credo sia il pensiero che accomuna tante persone nella nostra situazione. Ma sono sicuro che lei si è sempre sentita protetta. Mai per un secondo l’abbiamo lasciata sola, a casa o in clinica. Mai un secondo, sono sicuro, ha pensato non ne valesse la pena. L’unico tarlo che mi resta è riferito all’intollerabile: io non credo di sapere quanto possa essere forte quel dolore. Lo domavamo, ma c’erano finestre magari anche di due ore in cui non riuscivamo a farci nulla. E due ore sono lunghissime. Ma ripeto: sono sicuro che lei ha amato anche la vita di quei giorni perchè sentiva di essere supportata, sostenuta.

Qualche anno fa passeggiando in libreria vedo un libro di Lucien Israel. E’ il medico che aveva curato mia mamma nel 1995. Pochi giorni prima avevo raccolto mio padre che piangeva come un bimbo, sotto un albero di Villa Ada. “Non arriverà a Natale” gli avevano detto tre oncologi quella mattina, il giorno dell’anniversario del loro matrimonio. “Ci penso io”, disse Israel mettendosi la mano sul petto. Così mi raccontava mia mamma di quell’incontro parigino di 16 anni fa. Non se lo dimenticò mai e quella certezza la fece sentire al sicuro. Il libro si intitolava “Contro l’eutanasia”. Lo comprai per riconoscenza nei confronti di questo medico, anche se la mia posizione all’epoca era a favore dell’eutanasia. Mai un libro mi ha cambiato tanto, su molte cose che prima o poi scriverò. Una cosa tra le tante è legata alla condizione del malato. Non è vero che non si può fare più niente per i malati oncologici. Sempre si può fare qualcosa. Se non si può guarire, si può fermare e se non si può fermare si può rallentare. Con i progressi, regalare qualche settimana in più può significare darsi la speranza che sia uscito qualche nuovo farmaco o qualche nuova associazione che può regalare qualche altra settimana ancora. E così via. Solo avendo sempre questa possibilità in testa si riesce a dare senso a questa condizione.

E questo è uno degli insegnamenti più belli che mia mamma mi ha lasciato. La sua vita è stata combattuta. Anni, mesi, settimane rubate alla malattia. La ricordo l’estate scorsa alla malga Juribello, mangiarsi una fetta di torta, mentre prendeva la chemio. Gaia, scalza, correva nel prato, passando dalla stalla con i maiali al recinto con i coniglietti, insieme al nonno. Fu un momento di enorme felicità. Come pochi giorni dopo al Veronza. Era sera e Gaia intratteneva tutti mentre mangiava, raccontando la favola di Cenerentola, cantando Whisky ragnetto. Se devo pensare alla felicità, penso a quel momento. I miei genitori facevano i nonni, ammaliati dalla nipotina che li aveva rapiti. Quando Gaia diceva che “Whisky è motto fubbo”, poggiando l’indice sotto l’occhio socchiuso e ruotato, come a guardare furtivamente. Mia mamma letteralmente impazziva a questa immagine.

L’aver visto nascere Gaia, aver imparato a ballare con mio papà, aver imparato ad amare in modo più riflessivo. Avere fatto il girotondo con Gaia, una volta addirittura, e ne conservo il video gelosamente, sulla sedia a rotelle meno di un mese prima di morire. Avere avuto comunque il tempo di lasciarci la sua eredità fatta di condotta e non di parole. Il mondo interiore di mia mamma è stato per me esclusivamente l’interpretazione di una condotta. Mamma è stata la certezza. La certezza di saperla disponibile. La certezza di saperla presente. La certezza di sapere che a casa c’era da mangiare per un reggimento. Che potevo portare un amico all’ultimo momento, che potevo rimanere a cena quando non era previsto, che potevo passare quando non avrei dovuto e sempre avrei trovato un posto a tavola. La certezza di sapere che ci ha voluti bene, tutti e senza una sosta. Nemmeno il lusso di una fermata, su questo cammno, magari per rabbia. Mai. Non c’è stato un giorno della mia vita che io non mi sia sentito più che amato. E’ per questo che non mi manca: io, la vita di mamma, l’ho goduta fino in fondo. Mi ha dato tutto quello che poteva. Non c’è un pensiero che ho il rimpianto di non averle detto e non c’è una parola che si è portata con se senza avermela data. Pochi giorni prima di andarsene, Marzia mi fa avere una boccetta di Escozul, un estratto del veleno dello scorpione nero che, si dice, faccia bene sia come supporto per la terapia del dolore, sia come antitumorale. Non esiste alcuna validazione scientifica, ma quando sei all’angolo tenti qualsiasi cosa. Due giorni dopo, era giovedì, i medici ci dissero che dovevamo sospendere i farmaci per il dolore perchè mia mamma rischiava la vita, imbottita com’era di morfina. Noi tutti pensammo che, sospesi i farmaci, sarebbe morta dai dolori e che ci si doveva preparare al peggio che non è la morte in se, ma il dolore senza soluzione. La andai a trovare quella sera. Non prendeva farmaci dalla mattina se non il cerotto di morfina. Non era più mia mamma, era solo un corpo vuoto in cui la vita bisognava immaginarsela. Il giorno dopo invece, tutto era cambiato: non mangiava da giorni ed erano settimane che non dormiva una notte senza svegliarsi per ore a causa dei dolori. Ma incredibilmente quel giorno non aveva dolori. Il giorno dopo non aveva preso nulla, se non il solito cerotto di morfina e le gocce di Escozul: era sveglia, lucida e senza dolori. Aveva per la prima volta da settimane dormito tutta la notte senza un dolore. Erano tutti sconvolti da questa cosa. Io ricordo solo che come al solito guardai mamma e le dissi, mentendo e sorridendo, che sarebbe andato tutto bene, che il giorno dopo sarebbe andata in clinica a fare alimentazione parenterale per rimettersi in forza e per iniziare un nuovo ciclo di chemioterapia. Era vero, come era vero che c’era molto da sperare ma poco da aspettarsi. La abbracciai e con la massima calma che quella condizione mi concedeva, le dissi che le volevo bene. E lei all’orecchio, serena, mi disse “anche io ti voglio bene”. Questo miracolo che mi porto dentro come uno dei tre regali di quei giorni di vita strappati alla malattia, si ripetè due giorni dopo, quando in clinica, visibilmente migliorata mi abbracciò forte sorridendo dopo che le dissi ancora il “ricordati, mamma, io ti voglio bene”. Era lunedì. Martedì il terzo regalo per il quale devo chiedere grazie a Jacopo che mi ha dati gli strumenti per capirlo e per goderne. Andai in clinica e vidi subito che si lamentava per i dolori. Andai a parlare con l’oncologo per organizzare la terapia che nei nostri piani sarebbe iniziata il lunedì successivo. Bisognava interfacciarsi con l’IRST del prof. Ridolfi, grande medico e massima autorità per questo tipo di male in Italia. Parlai quasi due ore con l’oncologo che grazie all’intercessione del mio grande amico Luca, ci mise a disposizione la sua umanità e la tangibile speranza di occuparsi ancora di mamma come se di speranza ne avesse ancora, quando molti medici ci consigliavano di “accompagnarla”. Ecco, parlai due ore con Rocco e quando finii il discorso, mamma si era addormentata. Presi le mie cose e senza far rumore e senza salutarla, andai a casa per scrivere al Prof Ridolfi come pensavamo di procedere. Non ho più rivisto mamma viva ma non ho rimpianti per non averlo fatto. Come mi ha insegnato il mio amico Jacopo su una panchina di Castel Sant’angelo qualche giorno dopo in una delle pochissime occasioni in cui mi sono concesso il lusso di provare il dolore della mancanza, in quelle due ore io ripagavo il debito di gratitudine contratto con i miei genitori. In quel tempo io ho messo in pratica l’insegnamento di mia madre che mi ha sempre detto di non mollare. Io sono sicuro che lei, dolorante, sapeva, sentendomi parlare dall’altra sala, che non era abbandonata, che per lei c’era speranza. Che sarebbe andato tutto bene, come le dicevo sempre. Quelle due ore sono il terzo ricordo bellissimo di quell’ultimo mozzicone di vita, rubato forse grazie all’Escozul, conquistato con la forza o semplicemente regalato. Sono la consapevolezza che fa parte di me questo desiderio di dare senso alla vita, sempre, e che è il regalo più bello che mamma mi ha fatto insieme alla vita stessa.

Oggi che ho una figlia, so quale è l’amore che un genitore può provare. E’ stata Gaia quindi ad insegnarmi quanto bene mi ha voluto mia mamma. So che come io farei qualsiasi cosa per lei, mia mamma lo ha fatto per me. Mi ha tolto il vento, aprendomi la strada e mi ha protetto. Mi ha amato, definitivamente. Quando vedo Gaia, è come se mi ritornasse l’immagine della genitorialità. Vedo mia mamma e vedo riflesso l’amore che do a mia figlia, che è l’amore che a mia volta ho ricevuto.

Diversi mesi fa, mentre ero sul divano pensieroso, Gaia mi si avvicina e mi dice: “non avee paua, papà. Io sono qui”. Sono le parole più belle che qualcuno mi ha mai detto. E questo insegnamento l’ho riportato alla fonte, facendolo mio e lasciandolo sul biglietto che la mamma porta ancora con se.

Non avere paura. Non avere paura di vivere, di volere bene e di manifestarlo. Questo è quello che avrei voluto dire a tutti gli amici che mi hanno abbracciato per farmi sentire la loro vicinanza. Se mi volete bene, se volevate bene alla mia famiglia, non abbiate paura di viverlo e di manifestarlo. Portatevi con voi questo pensiero, come una caramella nel taschino: io vi voglio bene. E cercate di regalare a vostra volta qualcuna di queste caramelle, con le persone a cui volete bene. Mia mamma mi ha insegnato a godere anche di questo, dell’amore autentico che si trasmettono tra di loro le persone a cui vogliamo bene.

Questa storia, lo avevo scritto, ha il colore arancio del sole sui tetti di Roma. Mamma la ritroverò sempre nella gibigiana.

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2 risposte a Una risposta

  1. Pingback: oceanicamente » Blog Archive » …le parole che non so dire… - weblog di Alessia Tilesi

  2. Alessia scrive:

    …ma perché hai smesso di fare lo scrittore?!!!…E’ da più di un’ora che non riesco a smettere di piangere…mannaggia a te…
    …e…
    …a proposito…
    …anch’io ti voglio bene…

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